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Job.Scuola.Idee

raccolta di idee e strumenti per una DIDATTICA moderna

IL COMPITO PER L’UOMO? CONOSCERE E RICERCARE

 

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E se siamo noi a essere interrogati?

Finora abbiamo parlato delle domande che poniamo per accrescere le nostre conoscenze e come le risposte che riceviamo, per essere utili, devono essere sicure, espresse da persone affidabili e credibili. Solo così acquistiamo delle certezze.

Abbiamo scoperto pure che ci sono dei trucchi o delle regole per controllare la correttezza, in parte almeno, delle risposte che riceviamo.

Si può però fare anche l’operazione al contrario.

Non sempre siamo noi che facciamo domande, sono spesso gli altri che chiedono a noi. Domande del tipo: “Cosa pensi?“Cosa progetti per il fine settimana?”. Domande assolutamente semplici, ma poi arrivano le grandi e impegnative domande: “Quest’anno fai la terza media, quale scuola pensi di frequentare l’anno prossimo?”.

Come se la cava qui chi si sente rivolgere questa domanda?

Se le domande, non quelle banali, ma quelli importanti,   richiedono una risposta, questa richiede una scelta fra tante possibili.

  • A una precisa domanda, non può che esserci una risposta rigidamente indicativa (“Mi scusi, per arrivare al parcheggio di piazza Manzoni” [1]”.) presupponendo che io la conosca.
  • Ma qui trattiamo delle risposte ampiamente problematiche, che sono quelle che aprono un problema: devo dare una risposta dopo aver fatto una serie di riflessioni e di ragionamenti. La risposta rappresenta una soluzione di un problema che mi viene posto.

Le risposte in questo caso, proprio perché devono essere discusse, aprono più possibilità e sta alla libertà di colui cui sono state rivolte scegliere la risposta da dare.

  • In terza media, dopo una serie di attività di orientamento, Giorgio non si sente dire: “l’unica scuola che puoi frequentare è l’Istituto tecnico”, probabilmente gli verrà detto: “puoi frequentare con profitto l’Istituto tecnico, ma anche il liceo scientifico, però dal momento che vorresti andare a lavorare nell’azienda del papà, c’è anche la possibilità di frequentare un istituto professionale che ti inserisca con rapidità nel mondo del lavoro”. Anche se espressa in forma non interrogativa, si tratta sempre di una domanda: “Che scuola vuoi frequentare l’anno prossimo?”

Osservate come in questo caso si faccia uso del verbo potere. Alla fine, sarà Giorgio che deciderà quale di queste indicazioni riterrà di scegliere.

Se però il nostro amico Giorgio si fosse trovato davanti al verbo “dovere”? In futuro, di fronte a possibili difficoltà, egli avrebbe potuto benissimo scaricare le proprie responsabilità (se al liceo scientifico vado male, è colpa dei genitori che mi hanno obbligato a frequentarlo, io invece avrei preferito un altro tipo di istituto).

Una prima conclusione: se fai una scelta, ti assumi delle responsabilità.

Tuttavia, di fronte a scelte impegnative non possiamo caricare Giorgio di responsabilità pesanti, se non gli forniamo tutti gli strumenti e gli aiuti perché egli possa scegliere con serenità.

Quindi, chi può aiutare a scegliere?

Torniamo alle lezioni precedenti: le persone credibili, coloro che sono disinteressatamente disposte a dare una mano, ma, allo stesso tempo, hanno l’esperienza e la competenza necessarie.

Ovviamente, accanto ai genitori, vi è una serie di persone che hanno questo compito istituzionale[2] o alle quali possiamo ricorrere per chiedere consiglio.

Passaggi da tenere presenti quando si devono fare scelte importanti

Di fronte alla scelta della scuola superiore inizia a porsi in maniera, forse ancora confusa, il problema delle scelte fondamentali per il proprio futuro. È questo il ruolo dell’orientamento.

  • Per scegliere bene, non è più sufficiente avere informazioni esterne su materie, orari, organizzazione del futuro istituto eccetera, ma si pone ora, sia pure in maniera iniziale, la domanda: che cosa potrò fare o sono adatto a fare nel mio futuro, non solo immediato, ma anche proiettato in tempi lunghi?

È come dire che si pone l’inizio di un nuovo percorso di scoperta personale: dobbiamo iniziare a guardarci dentro e rispondere ad alcune domande (sempre lì si va a finire!). Non si risponde solo a domande esterne, ma anche a quelle che nascono all’interno di noi assumendoci la responsabilità di queste risposte.

È come dire che il processo di maturazione non è più automatico e indirizzato dall’esterno come nei primi anni di vita, ma diventa personale e si sviluppa all’interno di una (relativa) autonomia.

  • A questo punto emergono vari aspetti della nostra personalità e della nostra maturazione. In altre parole, bisogna cominciare ad essere maggiormente consapevoli[3]. In realtà, e sia chiaro siamo solo ai primissimi inizi, bisognerebbe conoscere un po' le qualità e le caratteristiche del tempo in cui viviamo. È possibile a 13-14 anni? È questo il compito della scuola: incontrare, non solo il passato, ma capire il presente, capire il presente attraverso una serie di linee guida e di interpretazione.
  • Ciascuno ha qualità e potenzialità, ma non in tutti i campi (uno potrebbe avere risultati stratosferici in matematica ed essere quasi un somaro nelle materie umanistiche). All’esterno ci possono essere dei limiti e dei condizionamenti, da cui la domanda: quali risultati sono alla mia portata? Se nelle aspirazioni c’è l’astronauta (lui) o la conquista del titolo di Miss Italia (lei), le possibilità sono una su 1 milione, troppo poche per investirci il proprio futuro. Probabilmente devo scartare la possibilità di fare il pilota di jet se soffro già di miopia.
  • Un po’ di concretezza[4], forse, a questo punto non farebbe male. Attenzione, le capacità su cui possiamo contare non sono solo quelle fisiche e intellettuali, di cui ci ha dotato la natura, ma anche qualità e virtù che  abbiamo saputo sviluppare: volontà, carattere, decisione…

Fa parte del panorama la categoria degli indecisi e insicuri. “Vorrei… Non vorrei, mi trema un poco il core…”[5]. Sono quelli che non si buttano mai, aspettano che qualcuno dia loro una spinta. Appartengono agli indecisi quelli che alla fine decidono di frequentare quella scuola perché ci vanno gli amici /amiche su cui contano di più…

Si può osservare che esiste pure la categoria dei pentiti. Dal momento che una scelta esclude 100.000 altre possibili, non si dovrebbero avere in futuro rimpianti (forse potevo fare, scegliere diversamente…, sarebbe andato meglio se…). Fatta una scelta importante, non si dovrebbe mai tornare indietro e, se si torna indietro, si paga un caro prezzo, come minimo di tempo (che, abbiamo detto, è la grande ricchezza non calcolabile che hanno tutti). E’ anche vero, tuttavia, che, una volta accertato che ci sono stati degli errori nella scelta, avere il coraggio di ripartire, piuttosto che naufragare, è un segno di intelligenza.

“Cosa fare” o “chi essere” sono cose molto diverse

Qui le cose si fanno molto difficili, ma siamo ormai o no alla fine del corso e diventati molto filosofi?

  • Scegliere cosa fare di importante oggi, adesso, o nell’immediato futuro non è  semplice, ma non è l’operazione  più difficile, perché, in parte, le circostanze indirizzano. Oltretutto, non è mai una scelta definitiva, irrevocabile.

E poi, raramente possiamo dire che una scelta l’abbiamo fatta per intero da soli. È evidente che, oltre alle circostanze che pesano, una scelta per il futuro è condizionata pure dall’ambiente, dalla famiglia, dalle esperienze che si fanno fin dai primi anni di vita.

  • Una scelta, invece, tutta nostra è quella di decidere chi siamo e chi diventeremo. Questa non è poi una scelta che si fa un preciso giorno, perché qualcosa ci ha illuminato o ispirato, è una serie di scelte e di decisioni, di passaggi lenti e lunghi nel tempo, che accompagnano la nostra crescita e ci hanno fatto diventare quello che siamo già oggi, ma ci fanno ripartire per nuove tappe.

Uno può già sentirsi nella propria fantasia un ingegnere, un avvocato, un pilota di Formula 1 (lui) , una stilista, un’attrice[6] (lei) Quando si fanno le inchieste sui sogni o sui desideri degli adolescenti, queste mettono in luce quanta importanza hanno i modelli che sono ben presenti alla loro mente e sono quelli che la televisione presenta. Succede allora che molti esprimono il desiderio di diventare persone di successo[7], come quelle di cui tutti parlano. Siamo però sempre nel campo di quello che si fa o si desidera fare…

Chi dovremmo “essere” veramente?

Tutti  gli educatori nel corso dei secoli hanno stilato una serie praticamente infinita di ricette: Sii te stesso…, Realizza le tue potenzialità…, Mira alla felicità…, Ama tutti coloro che ti circondano…, Aspira a diventare qualcuno nella vita e a non essere una persona qualunque[8] L’elenco può continuare a lungo. Sono tutte proposte valide, anche se, messe così, qualche volta si presentano in maniera astratta e un po’ generica.

Sono più concrete (per il termine riprendete la nota) quelle che vengono fuori alla fine di un percorso e, perciò, ce n’è una nostra che possiamo aggiungere alle tante?

Scegliamo forse la più antica di tutte. Socrate[9]  ha fatto centro con tre parole: “Conosci te stesso”. Semplice vero? C’è il verbo conoscere che richiama la conoscenza e, infatti, il nostro corso è iniziato dalla domanda come primo strumento di ricerca della conoscenza.

Segue immediatamente il complemento oggetto: te stesso. Chi sei veramente? Che cosa vuoi? Che cosa cerchi? Non chiederlo agli altri, chiedilo a te stesso. Interrogati. Scopri quello a cui sei chiamato. Ognuno di noi ha una vocazione[10]. Sei “unico” al mondo. Se tu non fai una cosa, gli altri ne faranno altre, ma nessuno farà quella cosa, che potevi fare tu.

Conoscere se stessi è anzitutto avere coscienza dei propri limiti. Qui sembra che non ci siano grandi difficoltà, infatti, tutti ci ricordano i nostri limiti: in famiglia (ma perché non impari a lasciare in ordine la tua stanza?), a scuola (non c’è un insegnante che in qualche momento non si preoccupi di ricordarci i nostri limiti!), con i compagni (è impossibile che abbiamo sempre quel grande successo che ci sentiamo di meritare!).

Ma poi ci sono anche le nostre potenzialità. Volete dire che non ne abbiamo almeno qualcuna? Scoprirle per coltivarle non è sempre immediato, perché, quanto ad elogi, gli adulti sono piuttosto sparagnini.

Chi sei veramente, che cosa vuoi?

Sono le due domande fondamentali che l’uomo, in tutte le culture in tutti tempi, seppure con termini diversi, si è posto.

Sono le domande che hanno “fatto” l’uomo. Sono le grandi e vere domande della filosofia, quelle che danno sviluppo a tutta la filosofia.

Che cosa risponderebbe un alunno di seconda media a queste domande? Semplicemente: Sono un preadolescente, frequento la scuola media, ho qualche problemino, infatti ci sono delle cose che mi disturbano, ma in fondo va bene così… Oppure no?  Ci sono magari delle risposte che non si dicono, si tengono dentro. Alcune risposte si avvertono, ma si prova pudore nell’esprimerle all’esterno; si percepisce che sono personali, più profonde.

È da lì che si parte: nel dare parole ai propri sentimenti profondi.

Lentamente, proprio nel contenuto in parole dei nostri pensieri, emerge quello che in profondo tutti siamo chiamati ad essere: persone in ricerca.

Ricerca di che cosa? Di felicità. Essa però, così espressa, appare una categoria astratta. Vogliamo dare ad essa un contenuto?

Alcune regole per la ricerca della felicità

C’è una convinzione che l’uomo ha maturato e su cui tutti sono d’accordo: il nostro grande obiettivo è raggiungere la felicità. Il fatto è che su questa parola è difficile concordare[11].

  • Abbiamo due strade per fare esperienza di una “nostra” felicità: riflettere su quelli che noi consideriamo i “nostri” momenti veramente felici. Perché quella volta ci siamo sentiti veramente così pieni di felicità?
  • La seconda è cercare testimoni della felicità, attorno a noi ci sono persone che appaiono veramente felici (speriamo ci siano, se no…, perché sereni, tranquilli, in pace con se stessi e con gli altri) e chiedere loro di comunicarci il segreto della loro felicità.

Felicità si raggiunge quando si diventa consapevoli di ciò che vale veramente, per poterne godere in pieno: il bello che è tutto attorno a noi (purché si sappia riconoscerlo), il buono in noi e negli altri, il giusto. Amare il bello, il buono, il giusto è ciò che dà senso e gusto e può riempire la nostra vita.

E qui pure qualche regoletta ci sta bene.

  1. Saper assaporare le cose belle, e ce ne sono tante, anche attorno a noi. Ricordate: sapere osservare, non solo guardare. Di conseguenza, affinare il nostro gusto, non diventare mai volgari. Dobbiamo mirare a diventare persone belle noi stessi. La bellezza non è solo fuori ma anche dentro, possiamo far crescere la grazia, l’armonia… C’è la bellezza del corpo, ma una interiore…
  2. Preferire e frequentare persone buone ma, prima di tutto, esser buoni noi stessi. Non limitarci a non fare il male ma fare il bene[12].
  3. Essere persone oneste, che rispettano le regole è il fondamento della giustizia. Giusti sono coloro che sanno difendere i loro valori, anche se pagano un prezzo, combattendo la tentazione di rimanere sempre in disparte, seguendo il gregge…
  4. Volete aggiungerne qualcun’altra anche voi?

Beh, a pensarci bene qui ci sarebbe già l’argomento per sviluppare un Corso di Filosofia 2.0. Non vi pare?

Un pensiero conclusivo

Chi siamo, chi vogliamo diventare èla domanda che deve guidare non solo un percorso scolastico, ma tutta la vita per quanto lunga essa possa essere.

Fa molto filosofico, ma è profondamente vero, capire che si è sempre in divenire, anche quando, da anziani, sembra si sia già raggiunto tutto quel che si poteva diventare.

Come compito conclusivo di questo nostro corso che si è svolto in 12 lezioni c’è il consiglio di leggere, attentamente e riflettendo (cosa che- si spera -avete imparato a fare molto bene), la seguente pagina di cui riporto l’indirizzo:

http://www.npensieri.it/index.php/filosofia/conosci-te-stesso/

È una pagina chiara ed illuminante, di facile lettura e, sicuramente, aiuta a comprendere l’ultima nostra lezione che non è sicuramente facile.

Quasi tutti gli educatori sono però convinti che, a metà della scuola media, i ragazzini, ormai preadolescenti, cominciano a porsi domande serie.

Finalmente, dopo esserci conosciuti e aver dialogato, o forse soltanto sentito delle lezioni, speriamo interessanti, concludo con questa citazione, che però dovete interpretare. Accanto a insegnare una materia, far progredire gli alunni nella conoscenza, ogni insegnante dovrebbe avere sempre presente quella che è la vera finalità della sua vocazione.

Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna,
dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare
vasto e profondo (Antoine de Saint-Exupéry)

 

 



[1] In questo caso i più sicuri risponditori automatici, ma solo se sono aggiornati sono i Tom Tom o i Garmin.

[2] Vi sono rappresentate diverse persone: insegnanti, esperti di orientamento, educatori…, ai quali è proprio affidato il compito di dare supporto alle scelte.

[3] Consapevolezza: gran bella qualità! L'aggettivo consapevole indica colui che è informato di un fatto tanto da rendersi conto di quale parte egli svolge in esso.

[4] Essere concreti vuol dire un sacco di cose.. A noi va bene il significato che si applica alla persona che fonda le sue scelte anche sui dati di fatto e tiene conto del ruolo che questi giocano sui risultati finali.

[5] Come nel celebre brano tratto dal Don Giovanni di Mozart.

[6] Diventare un ingegnere non vuol dire essere un buon ingegnere.

[7] Cosa vuol dire persona di successo? Ecco un buon spunto di riflessione da sviluppare insieme in classe.

[8] Sinonimo di omologato.

[9] Per conoscere questo filosofo che ha contribuito a fondare il pensiero occidentale vedi suo profilo in:  http://www.treccani.it/enciclopedia/tag/socrate/

[10] Il termine deriva dal verbo latino “vocare”: chiamare.

[11]A pensarci bene, infatti, quelli che hanno tanti soldi non sono per questo "più" felici.

[12] Una volta il bravo scout doveva fare la buona azione, come far attraversare la strada alle vecchiette incerte. Oggi sarebbe un po' pericoloso, perché le vecchiette si metterebbero subito a gridare per lo spavento di una rapina.


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