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Job.Scuola.Idee

raccolta di idee e strumenti per una DIDATTICA moderna

 

2     Prima indagine. Siamo buoni o cattivi?

Iniziamo da un primo e forse non facile problema: avere un concetto di male. Non “evitare il male”; l’incontro con il “male” nel corso della vita è inevitabile, ma saperlo riconoscere e giudicarlo.

Ma cosa è il male? Non è sempre facile come sembrerebbe dare una risposta.

Ma noi che cosa chiamiamo male? Tutto ciò che ci dà sofferenza non solo fisica anche una delusione, un insuccesso per noi sono male. Potremmo rispondere che bene è quello che desideriamo, male quello da cui vogliamo fuggire? Troppo facile, perché allora la lezione di educazione artistica di una professoressa pignola e sempre incontentabile che ogni settimana ci fa soffrire e di cui vorremmo fare volentieri a meno vuol dire che è “male”? Sono io che decido quello che è bene (per me) o male?

Volendo tuttavia approfondire, anzitutto osserviamo che la parola male viene spesso usata nel linguaggio comune assegnando ad essa significati diversi a seconda del tipo di discorso che si sta facendo.

È male non obbedire ai genitori (ma è sempre così?), non impegnarsi a scuola, non andare d’accordo con i compagni... insomma per male potrebbe essere giudicato il non rispettare delle regole, correre dei pericoli, rischiare di incorrere in sanzioni... Noi usiamo la parola male anche per dire che è male che la nostra squadra non abbia vinto quella partita importante domenica. In questo caso intendiamo dire che l’accadimento ci dà soltanto dispiacere niente di più. Dire poi: “io non ha fatto niente di male” è una giustificazione molto spesso usata da chi è per qualche motivo rimproverato. Ma è solo questo il male o è molto di più?

Soprattutto, se faccio del male, posso considerarmi cattivo? Il dizionario di “cattivo”, come sostantivo, dà questa definizione: persona che fa del male a stesso o verso gli altri (dal punto di vista etimologico la parola da cui discende “cattivo” è il latino captivus, che vuol dire prigioniero. Possiamo   perciò definire persona cattiva: “prigioniera del male”.

Parliamo un po’ del male

Se in documentario naturalistico vediamo un leone che caccia una gazzella, la uccide e poi la mangia diciamo che il leone è cattivo? oppure che è crudele? Prima regola: non possiamo attribuire agli animali giudizi che appartengono solo agli uomini. Anche se noi siamo soliti dire che quel cane è cattivo, è una espressione del tutto impropria.

Noi, piuttosto, diremmo che la vita nella savana è violenta, ma non lo diciamo nei confronti del povero leone che fa il mestiere di cacciare per nutrirsi o combatte con altri leoni per poter essere lui a procreare una nuova generazione di leoncini. Segue le leggi di natura.

Osserviamo pure che gli animali diventano solitamente aggressivi quando si sentono minacciati, quando devono difendere i cuccioli (meglio girare al largo se si incontra un’orsa con i piccoli) oppure quando devono difendere il loro territorio da possibili concorrenti, Quindi, l’aggressività degli animali è caratterizzata soprattutto dall’istinto di difesa. Se il leone ha la pacia piena, la gazzella in quel momento non corre pericoli. Oppure, nel caso di un cane, quando è stato addestrato ad essere aggressivo come cane da guardia la sua aggressività gli è stata procurata.

Ma il cacciatore che si propone di uccidere un leone con un infallibile fucile per portarsi a casa un trofeo? Non risponde ad un istinto della caccia per soddisfare un suo bisogno fondamentale, ma per farsi ammirare. È una forma di divertimento. Uccide per divertimento. Una bella differenza non vi pare?

Senza andare nella savana selvaggia, siamo un po’ più vicino a casa nostra.

In una scuola c'è un gruppetto di ragazzi che verso ragazzi, più piccoli o deboli esercita violenza tormentandoli, umiliandoli o addirittura facendo loro violenza fisica. Li chiamiamo di solito “bulli” e ciò che loro fanno “bullismo”. Noi diciamo pure che questi personaggi hanno un bel po' di cattiveria. Sono cattivi, fanno del male ai compagni.

Anche il leone quando azzanna la gazzella “le fa male”, ma noi non diciamo che" fa del male", segue la sua natura. Stiamo attenti non è un gioco di parole!

E allora qui entra una parola su cui potremmo, soffermarci: "male", che di solito è usato come avverbio. “Fare male (cioè nel senso di svogliatamente,) un compito, parlare male dei professori...” non è lo stesso di “fare del male a una persona”.

La parola è la stessa, ma nell’uso che viene fatto nei due contesti indicano cose completamente diverse.

Pensiamo ai due significati che hanno le seguenti frasi:

  • Ho fatto male i compiti per casa
  • Ho fatto del male al mio compagno

Nel primo caso il termine male è un avverbio, nel secondo è un sostantivo.

Fare male i compiti indica una qualità dell’agire, fare del male a un compagno presuppone una azione. Fare male un compito ha delle conseguenze sull’allievo svogliato, fare del male a un compagno implica che l’autore produce del male, crea della sofferenza. Ogni azione, in qualche modo, e lo sappiamo dall’analisi logica, presuppone un soggetto, un verbo e un complemento.

Dove sta la differenza? Nel primo caso do un giudizio sul mio impegno o su un comportamento, Nel secondo caso indico che ho commesso una azione e questa azione ha avuto una o più conseguenza, ha fatto soffrire qualcuno, oppure ha arrecato un danno.

Fare del male, cioè una azione che produce sofferenza, vuol dire che qualcuno la produce e poteva anche non farla. Il leone non può rinunciare a cacciare la gazzella perché avrebbe poi una fame terribile e se fosse così “buono” non potrebbe vivere. Per il leone cacciare è una necessità.


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