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Job.Scuola.Idee

raccolta di idee e strumenti per una DIDATTICA moderna

L’esperienza storica dice inoltre che, anche se segnata da improvvisi e rapidi cambiamenti, la trasformazione ha avuto esiti positivi. Le stesse invasioni barbariche che noi immaginiamo appunto come “barbariche”, in realtà solo in parte hanno avuto caratteri violenti, ma sono frutto di una progressiva assimilazione non conflittuale. Per il resto esse hanno innestato un tessuto culturale nuovo, ma non nostalgico; per l’apporto portato dalle nuove popolazioni così si è maturata maturare una nuova civiltà anche per la funzione promotrice svolta dal monachesimo.

Fenomeni meno conosciuti se ne trovano tanti. Richiamo quello che è avvenuto a partire dall'anno mille nelle montagne del vicentino e del veronese, dall’altopiano di Asiago alla Lessinia, colonizzate da popolazioni tedesche, che hanno lasciato profonde impronte ancora oggi perfettamente riscontrabili nel dialetto nei toponimi, nel culto dei santi. Esse fanno quindi parte del nostro patrimonio culturale.

Se poi giungiamo ai nostri giorni, negli anni 50 l'Italia ha vissuto la sua trasformazione industriale al nord con una emigrazione interna dal sud. E anche allora non è che gli immigrati calabresi fossero poi accolti proprio bene dai borghesi sabaudi (“non si affitta ai meridionali”). Ma quanti sono oggi i torinesi veramente “torinesi”?

E poi ancora piccole e meno visibili, ma sensibili, trasferimenti interni.

Quando nacque la nuova scuola media unica primi anni 60 in tutti i comuni, il Veneto si trovò carente di insegnanti e molti furono insegnanti meridionali, ma pure del centro Italia, che si traferirono nei vari comuni con la loro nuova scuola (senza per questo essere “deportati”). Fa parte del mio ricordo personale (anche la memoria è uno strumento per fare storia) in quegli anni il timore che tanti genitori esprimevano circa il contatto dei loro bambini con persone dall’accento e dalle espressioni così apparentemente strane (“ma sono capaci gli insegnanti siciliani/napoletani ad insegnare l’italiano o la matematica quando molti bambini non li capiscono?”). Alcuni di questi, giunti nel Nord successivamente sono tornati nelle loro regioni, altri si sono fermati definitivamente formando famiglie che sono, a ogni effetto, venete, lombarde o piemontesi. L’elenco ovviamente non si ferma qui…

IL PRESENTE

Il presente certamente è segnato “anche” da questo problema veramente epocale della immigrazione di massa, ma non è l’unico. Esso si intreccia con altri ben più radicati, ma c’è il pericolo di confonderli e pensare che l’uno comprenda tutti.

Ogni informazione su qualsivoglia tema dovrebbe in ogni caso caratterizzarsi come “operazione di verità”, e cioè impegnare l’utilizzo completo di tutti i dati disponibili non selezionando quelli che più fanno comodo nel sostenere le proprie ragioni.

Il primo argomento da discutere è se esista un rapporto stretto tra l’immigrazione da un lato e povertà, crisi… dall’altro. Come sempre preferisco rispondere a delle domande (io parto sempre da domande, le conclusioni arrivano dopo, magari da sole…).

 “Se non c’è lavoro per noi italiani, se non abbiamo i mezzi per i nostri poveri, come pensiamo di accettare un grande numero di arrivi?”. Ecco l’espressione comunemente più diffusa. C’è una crisi economica oggi qui da noi (e non solo qui)? Sicuramente. Le cause, lo sappiamo sono molteplici e anche le modalità con cui essa si manifesta; se ne può fare un lungo elenco: nuove povertà, carenza o precarietà dei posti di lavoro, incertezze insicurezza per il welfare, magari discutendo sui numeri e quali categorie sono più investite.


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