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Job.Scuola.Idee

raccolta di idee e strumenti per una DIDATTICA moderna

Gli studiosi di sociologia e dei comportamenti puntualizzano che due sono qui le paure degli italiani: la paura della criminalità e la crisi economica, che rende insostenibili i costi della gestione degli immigrati (“prima i nostri poveri…”, ora anche: “prima i nostri terremotati”)

E qui prende avvio il secondo capitolo del mio ipotetico svolgimento, che si esprime con il titolo: proviamo a ragionare!

La regola generale è che l’emotività deve essere sottoposta alla verifica e al giudizio della ragione, e che questa deve attenersi alla puntuale conoscenza dei fatti. Fare un richiamo alla ragione o alla ragionevolezza può essere di utilità, perché non sostituisce il compito di chi deve trovare soluzioni ai problemi, né toglie peso agli stimoli, né nega la novità o la gravità, ma almeno cerca di frenare, se possibile, le ansie che fanno vivere più male (di quanto già non si viva male per cento altre cose) molta gente e, soprattutto, permette di individuare possibili strade da percorrere.

Vogliamo esprimerci con un linguaggio meno corretto? “Diamoci una calmata, abbandoniamo per un po' la pancia e cominciamo a ragionare con la testa, e forse le cose appariranno un po’ diverse”.

Allora, di fronte ai quotidiani dettati dalle notizie dei giornalieri: arrivi di barconi, immediatamente seguiti da proclami, allarmi, incitamenti a fare “qualcosa”, quale la strada per sfuggire alla tentazione dell’ansia, del pregiudizio o, peggio ancora dell’odio verso il “nuovo”, il “diverso” visto come pericolo? Perché in fondo, anche chi non si sente portato verso una precostituita ostilità, vive certamente questo fenomeno con forte ansia.

L’uso critico della ragione (e del ragionamento richiede impegno, ma non è difficile, richiede fidarsi di più di chi ha le competenze giuste e pratica un sano equilibrio (come dovrebbe emergere in ogni rapporto “politico”).

Ritornando ai nostri ricordi scolastici, non dimentichiamoci di una cosa: che fenomeni come questo di cui stiamo parlando, sono già ampiamente successi nella storia dell’umanità e dell’Italia, in particolare.

LA STORIA

Quello a cui stiamo assistendo è un fatto nuovo, e, soprattutto, siamo di fronte a una “invasione” come comunemente ci viene detto?

La storia dice che la storia dell'umanità e stata una storia di continue mutazioni e trasformazioni del tessuto geopolitico, socioeconomico e che la storia dell'umanità può essere correttamente letta anche come successivo susseguirsi di emigrazioni, di grandi popoli o anche di fenomeni più limitati ma che in ogni modo toccano da vicino territori e comunità. Non dimentichiamo l’epica antica (virgiliana e per giunta gloriosa!), fondata sui viaggi e il superamento di ostacoli come strada da praticare per ogni uomo. La grande Roma (quella di Augusto) sarebbe stata fondata dal buon Enea, il quale, guarda caso, era un esule fuggito dalla sua città in fiamme. Più profugo, o invasore, a seconda dei punti di vista, di così!

Vogliamo fare un elenco, ma assai incompleto, di cosiddette “invasioni” (visto che oggi si parla, chiaramente a sproposito, ma con una ricaduta di effetti, di “invasione”?) che hanno coinvolto il territorio italiano ponendoci la domanda: “siamo di fronte a una vera invasione?”

Ricordiamo per prime le cosiddette invasioni barbariche a partire dal IV secolo dell'era cristiana e per diversi secoli successivi che hanno permeato tutta la società del tempo. Solo la citazione di un episodio orientativo: la vittoria del generale romano Ezio contro Attila ai Campi Catalaunici (451) fu determinata dall’apporto decisivo degli alleati Goti. Ma l’esercito di Ezio non era più composto dai legionari romani ma da milizie di origine barbarica.

In Sicilia gli Arabi arrivano nel 827 d.C. (anche loro, guarda un po’ musulmani!). Vengono soppiantati dai Normanni nel 1061, ma lasciano le tracce di una splendida civiltà.

E se pensiamo al Nord-Est l’ultima grande invasione, quella degli Ungari, avvenne alla fine del IX secolo, si spinse fino a Pavia quasi in contemporanea con le incursioni dei Saraceni in Italia meridionale per cui noi (Veneti, o, forse, Padani?) siamo (storicamente) figli di tanti padri.


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