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Job.Scuola.Idee

raccolta di idee e strumenti per una DIDATTICA moderna

Ma non è solo qui. Il problema, come dimensione educativa nella comunicazione, non è qualcosa che riguarda solo scuola, alunni, docenti ma si ripercuote nella società, investe tutta la comunità, C’è infatti la necessità di fare crescere la consapevolezza della complessità in ogni problema socio-politico in modo di togliere quanto spazio possibile agli imbonitori che proclamano a ogni pie sospinto che tutto è facile, semplice basta la "volontà politica ", ma con il risultato di aumentare rancore e frustrazione, insomma, veleni venduti come antidoto ai mali di oggigiorno.

Da parte mia, vorrei pormi dal punto di vista di un educatore che in questo sito ha interessi prevalentemente su temi educativi e didattici, ma pur da un particolare taglio professionale nessun argomento può dirsi estraneo e credo che la competenza e l’autorizzazione ad esprimersi appartengano a ogni persona di cultura nel suo proposito di presentare valutazioni, idee, proprie visioni nel libero confronto.

Immagino, così, di essere chiamato a presentare un modello espositivo non solo più sereno, qui ne sento la necessità, ma fondato su una metodologia definita. Provo cioè a costruire, come dire?, una dispensa o lo schema di un percorso.

Premetto che nella mia convinzione ogni discorso deve sempre essere validato il più possibile da dati oggettivi, muovere da essi con uno sviluppo rigoroso delle argomentazioni, senza cioè buttare parole a vuoto.

Ora la prima domanda: quanto sono conosciuti i fatti di cui tutti discutono?

I fatti si possono conoscere per esperienza diretta (“nel Comune ci sono stati nuovi arrivi? Quali problemi hanno comportato? Quale il rapporto con la popolazione ecc?”). Quanti di quelli che partecipano alle discussioni li hanno personalmente incontrati, quanti, fra coloro che intervengono portano testimonianza diretta sul campo, quanti, al contrario, si esprimono soltanto per sentito dire?

E quindi mi propongo nella mia esposizione, per quanto possibile, di attenermi alla concretezza dei dati oggettivi con una ricerca facilmente fattibile.

  • Chi sono, quanti, da dove provengono? Quanti uomini, donne, bambini (quasi sempre gli ultimi due provengono da zone di guerra…)
  • Che cosa li spinge: guerra, povertà, miseria, o soltanto il desiderio di una vita meno disagiata con maggiori possibilità?
  • Quale il quadro socio politico ed economico da cui muovono? Questo è determinante? Non c’è solo la guerra, anche feroci dittature, terrorismo e miseria sono elementi determinanti.
  • Non quali problemi “potrebbero” dare, ma quanti ne hanno realmente dati nel tessuto in cui sono inseriti?

Questo dovrebbe permettere una riqualificazione della terminologia usata, si tratta di maggioranza o totalità di clandestini o di profughi?  Ma non può essere l’esponente di un partito a dircelo volendo suscitare in noi particolari emozioni. Questa si ricava dai dati oggettivi.

Chiaramente l’atteggiamento nostro è subito nettamente diverso se pensiamo di trovarci di fronte a un clandestino (nell’immaginario potenzialmente pericoloso, violento, magari stupratore e criminale) o donne e bambini (ma pure uomini) che hanno vissuto sulla loro pelle sofferenze per noi immaginabili.

 Concluderei questa parte introduttiva con ulteriori domande: quali sentimenti avverte la maggior parte della gente di fronte a un fatto nuovo ma soprattutto relativamente improvviso (insicurezza, paura di quello che potrà succedere per il futuro, bisogni, … e contro chi…)?


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