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Job.Scuola.Idee

raccolta di idee e strumenti per una DIDATTICA moderna

Parte Seconda

Fare domande serve a poco se poi non si va alla ricerca della verità

IL MONDO È TUTTA UNA RISPOSTA
(a tante e alle nostre domande)

 

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Due Simulazioni

L’insegnante della classe 2A ha assegnato agli alunni la seguente ricerca da fare per casa: “Cristoforo Colombo e la scoperta dell’America”. Gianni e Andrea 10 anni fa avrebbero eseguito il compito assegnato in questa maniera. In biblioteca consultano in un’enciclopedia la voce “Colombo Cristoforo”, riportando sul loro quaderno delle ricerche una serie di notizie, a loro giudizio interessanti, sulla grande impresa del navigatore completando così quel poco che sull’argomento il libro di testo riporta.

Oggi, a distanza di 10 anni, a Francesca e Cristina, sempre della 2A (evidentemente l’insegnante non è cambiata) per casa è stata assegnata la stessa ricerca. Ma essa ora viene svolta in maniera completamente diversa. A casa le due alunne, ciascuna per loro conto, per mezzo del proprio pc si collegano a Internet, digitano le parole Cristoforo Colombo e la scoperta dell’America sul motore di ricerca preferito, ma il risultato è ora tutt’altro.

Appare un lunghissimo elenco composto di alcune centinaia di titoli in risposta alla loro necessità di avere informazioni. Ed ora come procedono Francesca e Cristina? Scelgono un sito (ma, tra i tanti, come, quale, quale più facilmente consultabile…?), e poi (ecco la grande trovata che permette loro di evitare la fatica che hanno fatto gli ormai anziani Gianni Andrea) con un bel taglia-incolla possono in pochi minuti riempire più e più fogli. Magari aggiungono piantine geografiche e immagini e così l’insegnante è ancora più contenta!

Riflettete: magari per le due alunne non è nemmeno necessario leggere tutto quello che inseriscono nel loro file (che nel frattempo ha sostituito il quadernone delle ricerche), basta avere, come si dice, un po’ d’occhio!

Problema

Adoperando Internet come strumento per ricerche, fra tutto ciò che troviamo siamo capaci di scegliere? Fra tutte le informazioni possibili abbiamo trovato quelle veramente giuste (cioè che ci servono)? E poi, siamo sicuri che quello che troviamo su Internet sono della stessa qualità, preparate da persone esperte, competenti, capaci, oneste ecc. Solitamente, nelle nostre enciclopedie tradizionali le voci sono garantite (ma mai in maniera assoluta ) dall’editore che ha investito un capitale assumendo dei veri competenti ed esperti.

Al contrario, in Internet, tutti possono scrivere di tutto, senza alcun controllo su ciò che è riportato. Ad esempio puoi trovare persino che non è vero che Cristoforo Colombo ha scoperto il Nuovo Continente[1].

Francesca e Cristiana, perciò, avranno in più la difficoltà di scegliere non alcune notizie, ma fra tante notizie, molto diverse tra loro, fra tanti punti di vista talvolta anche contrastanti.

Cosa ci insegna questa simulazione? Ogni persona nel suo crescere, fa domande e cerca risposte (è su questo che abbiamo ragionato nella prima parte del nostro percorso). Ma chi ci garantisce che le risposte che vengono date alle nostre domande sono quelle giuste? Da chi andiamo informarci per esser certi che quello che ci viene trasmesso è quello che serve veramente, ciò di cui abbiamo bisogno?

Noi cerchiamo risposte, ma quelle giuste, quelle che servono, che aiutano, quelle vere. Dove le troviamo? Da chi andiamo?

Regola fondamentale: le domande che facciamo devono avere due caratteristiche: essere domande importanti perché servono in tanti momenti della vita (altrimenti fanno perder tempo a chi le fa e a chi deve rispondere), e devono esser fatte alle persone giuste, quelle che sono capaci di rispondere in maniera completa[2].

Perché i grandi hanno sempre ragione, anche quando hanno torto?

Ulteriore simulazione. I genitori di Elena non le permettono di rimanere fuori la sera dopo una certa ora come possono fare alcune sue compagne. Elena, che ora ha 14 anni, non è d’accordo e chiede giustificazione sul permesso negato. Le risposte possono essere diverse: “Sei ancora piccola, puoi trovare situazioni che non sei capace di affrontare”.

“Non è vero, me la so cavare benissimo!” - oppone Elena.

“Non conosciamo la compagnia che tu frequenti”.

“Ma come, sono le mie amiche che voi conoscete benissimo!

Ad ogni obiezione o difficoltà dei genitori, Elena risponde con una contro-obiezione (del tipo: gli altri genitori hanno più fiducia nei figli di voi…) che mette in crisi le motivazioni dei genitori, fino alla fatidica giustificazione: “Noi siamo i tuoi genitori e abbiamo deciso che non è opportuno che tu stia fuori fino a tardi, anche se qualche tua compagna ha contrattato un diverso regolamento.

È stato fissato come indiscutibile un principio: è obbligatorio accettare una decisione (per il momento, perché questo indiscutibile è destinato ad essere rimesso subito in discussione, magari la settimana dopo). L’imposizione dei genitori si fonda sulla loro decisione, non fa riferimento a cause prime, che la giustificano. È l’autorità dell’autorità.

Qui abbiamo lo scontro tra l’autoritàche fissa regole e comportamenti e i bisogni (che non sono sempre dei capricci[3]) dell’individuo.

A questo punto la nostra Ely non può contrapporre alcuna motivazione, tuttavia può rispondere in tre modi: subire la restrizione dei genitori (rinchiudersi in camera piangendo), contrapporsi ad essa in maniera irritata o violenta (va fuori sbattendo la porta), metterla in discussione, accettandola per il momento, ma aprendo un dialogo (“mettetemi alla prova e io vi dimostro che la vostra fiducia in me è ben riposta…”).

Questo esempio è importante perché permette di fare diverse scoperte:

  1. Anzitutto ci accorgiamo che, un po’ dappertutto, sono presenti e regolano la nostra vita delle autorità (in casa, a scuola, in città…).
  2. Sorge il problema: che cosa rende fondata, ragionevole, giusta e, in altre parole, vera, la decisione dei genitori di Elena? Che cosa dimostra che i genitori hanno ragione? È la questione dell’esercizio critico della nostra ragione.
  3. Che cosa intendiamo con le parole esercizio critico? Adoperiamo la ragione per riflettere sulle motivazioni che una persona dà alle proprie decisioni, le capiamo, le accettiamo, anche le rifiutiamo, ma solo dopo avere ben riflettuto.
  4. In pratica, lo esprimiamo così: mi devo sempre fidare di chiunque afferma qualcosa, purché sia “grande” e abbia una “autorità”? Evidentemente no, e allora quali strumenti ho a disposizione per “controllare ”, “verificare ” di persona se accettare come “mia” ciò che mi viene detto come qualcosa da credere o fare perché è giusto e vero?
  5. Questa critica alle autorità di genitori va estesa anche ad ogni tipo di autorità con cui i ragazzi entrano in contatto: insegnanti, sacerdoti, adulti in genere…
  6. Quando l’autorità parla, dice sempre la veritàe, soprattutto (questo interessa di più i ragazzi), decide sempre il giusto[4]? È il problema della “credibilità” della “fonte” di informazione e di “verità”[5]. Può darsi che l’autorità abbia dei motivi per nascondere degli interessi propri, mascherandoli con delle ragioni apparentemente giuste.

E con questa esposizione diamo inizio alla seconda parte del nostro percorso.

Qui c’è il nostro punto di partenza: noi siamo sempre alla ricerca della verità, di una verità, di una qualsiasi verità, perché siamo persone che ogni giorno facciamo domande e ci aspettiamo risposte vere.

Quando noi poniamo domande e abbiamo risposte, dobbiamo in conclusione decidere quanta parte di verità ci sia nelle risposte.

Che cosa è la verità?

Possiamo trovare una prima risposta a questa domanda centrale, osservando come viene utilizzata in diverse citazioni. Consiglio di leggerle con attenzione e poi discuterne con qualche “grande”[6].

  • Secondo il Vangelo verità e libertà coincidono: “La verità vi farà liberi”.
  • Secondo i Greci: “E’ vero ciò che si rende “manifesto” “aperto”, “non nascosto”.
  • Per Sant’Agostino: “La verità abita nell’interno dell’uomo”.
  • Nei giuramenti si invita a dire “tutta” la verità, la nuda verità, “nuda” come sinonimo di non coperto, quindi, manifesto, reso pubblico ma anche “essenziale”;
  • Secondo un celebre “detto” popolare: “In vino veritas” perché, per effetto dell’alcol, cadendo le inibizioni, l’uomo emerge “come è”;
  • Dante: verità come “rettitudine della mente”;
  • Il detto popolare: “la verità fa paura”.

C’è una testimonianza molto antica

ma attuale. Platone in uno dei suoi dialoghi (Fedro) denuncia che nei tribunali gli avvocati non si preoccupavano della verità, ma di persuadere di una idea. E, per essere persuasivi, bisogna imparare tutti i trucchi, se necessario, mandando a quel paese la verità.

La retoricaera l’arte che nell’antichità si apprendeva per persuadere, convincere gli altri su un certo argomento, indipendentemente che questo argomento fosse vero.

Era importante convincere la gente a votare in una elezione un certo candidato come se fosse il migliore, anche se poi era un farabutto e un approfittatore.

Penso che non passerete del tempo davanti alle tavole rotonde, ai dibattiti, ai talk-show che hanno invaso tutti i canali televisivi, ma, se una volta vi capiterà anche questo, osserverete:

  1. che parlano spesso tutti assieme, anzi talvolta urlando, e nessuno ascolta;
  2. che quasi tutti ritengono di avere ragione, cioè di essere dalla parte del giusto (e, anzi, qui “vero” e “giusto” sembra coincidano);
  3. nessuno prova a dimostrare le proprie ragioni, quindi non c’è alcuna discussione, né tantomeno dialogo;
  4. La situazione, rispetto al tempo di Platone, è quasi peggiorata perché allora si tentava di persuadere, mentre adesso conta solo imporre.

Soprattutto comprenderete quello che si intende quando si parla della ragione del più forte che è esattamente quello che trovi splendidamente illustrato nella favola di Fedro: “il lupo e l’agnello”[7].

  • Se uno è forte, ritiene una perdita di tempo ragionare o discutere. Non serve avere dalla propria parte la verità, basta avere la ragione, la quale non è sinonimo di verità dimostrata attraverso il ragionamento ma di imposizione di una convinzione attraverso il potere e la forza. Spesso chi ha la ragione della verità, deve soccombere di fronte alla ragione della forza.

Cercare la verità è molto spesso attività difficile e faticosa, che impegna a fondo l’intelligenza, perciò accade che la gente di solito si accontenta di qualcosa che assomiglia al vero, che forse è vero, o forse è in parte vero. Siccome in tutte le cose c’è una parte di vero, allora tutto va pressappoco bene.

  • Ho trovato il seguente invito di uno scrittore molto famoso oggi, Umberto Eco, che mi sembra molto bello: “che imparino a pensare difficile perché né il mistero né l’esistenza sono facili”.
  • Il gran numero di persone che vanno a consultarsi dal mago forse partono un po’ prevenuti circa la possibilità che il cartomante dica il vero, ma quasi sempre credono, poi, quando il mago promette salute, felicità. Si sentono così tranquillizzati. Se il mago invece predicesse malattie e disgrazie (ma non succede quasi mai![8]), sarebbero i primi a dire che non è tutto vero. Siccome i maghi hanno bisogno che la gente creda a loro perché devono farsi pagare, sono molto più inclini a promettere cose felici piuttosto che eventi sfavorevoli.

In modo simile a quello praticato dai maghi, sono moltissimi coloro che, invece di essere al servizio della verità, sono al servizio di quello che la gente vorrebbe fosse la verità. I politici, per esempio, quando sono davanti a una assemblea non diranno come sarebbe vero e giusto che le tasse devono pagarle tutti, ma preferiranno dire che i sacrifici devono farli gli altri, quelli che non sono presenti in quella riunione o non appartengono alla categoria cui si rivolgono.

Ci sono uomini che “preferiscono” essi stessi, per comodità, per interesse, per pigrizia, ritenere per vero, ciò che magari non lo è e altri che “sono costretti”, ad esempio, da un regime dittatoriale o da strumenti raffinati che sono capaci di manipolare la coscienza delle persone e la verità delle cose.

Il primo incontro con la “verità”

Quando il bambino incontra la parola “verità”? molto presto perché molto per tempo i “grandi” gli rivolgono l’espressione “devi dire la verità”.

  • Al bambino viene, quindi, raccomandato di dire sempre la verità, ma poi viene rimproverato quando la dice veramente, come, ad esempio, in questa esemplare situazione: “Ma come, mamma, hai detto alla zia Carlotta di fermarsi a cena e, prima che arrivasse, hai brontolato: speriamo che quella rompina non voglia poi fermarsi a cena da noi!”. Se la zia Carlotta è presente, al bambino arriva sicuramente uno schiaffone. Come facciamo a spiegargli che la “verità” in quel caso non si dice?

Gli adulti sono spesso bugiardi, ma anche i bambini imparano molto presto che non si può dire quello che si pensa, anche se è “la Verità”.

  • Lo studente impara che l’atteggiamento più gradito a scuola è il “silenzio”. È vero, la classe è una comunità numerosa, composta di ragazzi che ancora non hanno la capacità di autocontrollarsi, perciò “avere il silenzio” in classe è una condizione necessaria perché l’insegnante possa svolgere il proprio lavoro. Ma non si spiega solo questo: il silenzio è una condizione importante perché è l’insegnante che ha il monopolio della parola, decide chi deve parlare[9] e quando uno può parlare. Questo significa che l’insegnante ha una posizione di “potere ”.

Poche cose sono così contraddittorie come il fatto che bisogna dire la verità, ma allo stesso tempo è molto spesso opportuno tacerla, o addirittura, dire esattamente il contrario.

La verità è buona ma “scomoda”. L’insegnante dice agli alunni: “ragazzi, nel tema dovete esprimere esattamente quello che pensate”, ma provate a scrivere esattamente quello che pensate del professore, magari affermando che è ingiusto, fa preferenze, arriva sempre tardi in classe, non spiega, perde tempo...!

Davanti a una osservazione sull’incoerenza di un simile comportamento, l’insegnante osserverebbe che l’alunno non ha scritto sul tema “la verità”, ma semmai una sua “opinione” e questa risposta apre a una serie di nuovi problemi: dire quello che si pensa è dire la “verità[10]”?

Quali sono gli ostacoli per la verità?

Bisogna distinguere tra “dire il falso” e “non dire la verità”. Le due cose assolutamente non coincidono.

Sono molte di più le volte che uno “non dice la verità” di quelle in cui “mente” deliberatamente. “Non dire” equivale a “tacere ” cose importanti, senza le quali un fatto, un avvenimento, una comunicazione vengono intese in maniera “non vera”, cioè non corrispondente a quello che veramente è, oppure “falsificare” una notizia aggiungendo particolari inesistenti, inutili, distorti, che portano ad equivoci.

  • C’è l’esempio di come si può falsificare la verità anche utilizzando in senso “ambiguo” la grammatica, come faceva la Sibilla, la quale al re che chiedeva se sarebbe tornato dalla guerra rispondeva: “Ibis, redibis non, moriebis in bello[11]”, mentre lo spostamento della virgola cambia completamente il senso della frase.
  • La lettura dei giornali permette di stabilire alcune condizioni che illustrano quello che abbiamo detto sopra. Un fenomeno molto diffuso sulla stampa è quello che indichiamo con la parola sensazionalismo.
  • La descrizione e la ricerca dell’effetto tradiscono la verità: uno ha assistito a un fatto eccezionale, nel riferirlo agli altri la sua testimonianza è talmente presa dall’entusiasmo e dalla voglia di “comunicare ” il suo stato d’animo che aggiunge sempre di più particolari inesistenti, che alla fine tolgono valore alla verità del suo racconto perché non è possibile distinguere ciò che è realmente avvenuto da quello che egli ha raccontato.

Ma spesso, quando ci rivolgiamo ad uno, ci aspettiamo qualcosa da lui.

  • È la necessità o il desiderio che portiamo dentro, magari nascosti, di ingraziarsi la persona a cui espongo qualcosa: di conseguenza, magari senza accorgermene,taccio su ciò che potrebbe recarle dispiacere e allo stesso tempo “carico” di particolari e di effetti le informazioni che immagino siano a lei più gradite. Mi aspetto da ciò vantaggi o guadagni, in stima, in riconoscimento o, semplicemente, in attenzione...

La verità si può nascondere o “travisare ” per il motivo opposto: per la paura.

  • Se penso di essere di fronte a uno più forte di me, allora devo sperare di non ricavarne danno. Adatterò la mia comunicazione dando informazioni generiche, imprecise e, soprattutto, tacendo. In fondo a tutti sarà capitato di sentire la necessità, la voglia di “dire qualcosa”, magari solo per parlare in pubblico. Di fronte a un qualcosa di cui non conosco gli effetti (“cosa dirà l’insegnante del mio intervento? che giudizio diranno quelli che mi ascoltano?”), la paura paralizza e tiene bloccati.

Ecco perché la lunga marcia verso la libertà (che, come abbiamo visto, è poter diventare ed essere se stessi) prima o dopo si incontra con il problema di essere o meno operatori di verità.



[1] Caso esemplare: sull'enciclopedia Wikipedia solo dopo cinque anni è stato scoperto che la notizia di una battaglia, riportata con molti dettagli, non era mai avvenuta, era stata completamente inventata da chi l'aveva inserita, e nessuno se n'era mai accorto prima.

[2] Se devo chiedere spiegazioni sul fenomeno del Big-Bang è naturale che io mi rivolga all'insegnante di Scienze, all'insegnante di Religione farò domande di altro tipo. Insomma, ad ogni persona giusta la domanda giusta!

[3] Nel caso di Elena, probabilmente, anche la necessità di affermare la propria crescita

[4] Alla vostra età avete un fortissimo senso di ciò che è giusto o ingiusto, nel senso che la giustizia appare come il valore più importante. Ma che cosa la "giustizia"?

[5] Immaginate un'insegnante che impone il silenzio in classe con il terrore, come si dice non si sente volare una mosca quando lui è presente. Ha ottenuto un effetto, il silenzio, ma non si è reso credibile nelle sue capacità di fare lezione rendendo i suoi alunni più partecipativi.

[6] Quali persone "grandi" sono in grado di aiutarti a riflettere e capire queste affermazioni?

[7] La favola: Il lupo e l'agnello la trovi allegata a questa scheda

[8] A meno che il mago non aggiunga che solo lui ha la cura per quella malattia!

[9] Provate a fare questo esercizio di osservazione: quando l'insegnante fa una domanda e mezza classe alza la mano per rispondere, a chi l'insegnante dà molto spesso la parola?

[10] Ricordate che nella prima pagina abbiamo parlato a lungo di "opinioni"?

[11] I due significati: andrai, ritornerai, non morirai in guerra; oppure: andrai, non ritornerai, morirai in guerra. Va a vedere qual era quello giusto!


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