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Job.Scuola.Idee

raccolta di idee e strumenti per una DIDATTICA moderna

 

Addestramento al combattimento

Per vincere la battaglia contro la/le paura/paure; questo è più facilmente realizzabile nella misura in cui all’interno dell’individuo sono presenti motivazioni, idealità (quella che comunemente chiamiamo “forza di carattere”) che si contrappongono alla istintiva paura.

La paura infatti conta molto sull’ irrazionale ed è pure strana. Uno potrebbe avere una così forte paura di volare da non riuscire a salire su un aereo in tutta la sua vita e dimostrare una sconsiderata incoscienza nel guidare in modo folle la propria auto.

Forza di carattere: un termine generico che pochic’è poco ma forse si deve partire dalla considerazione del ruolo che svolge la virtù che noi chiamiamo “coraggio”.

Ecco una bella citazione che viene riferita a Goethe: “Un giorno la paura bussò alla porta, il coraggio andò ad aprire e non c’era nessuno”. Gli fa eco un equivalente proverbio tedesco: “Bussarono alla porta, andai ad aprire e non era il diavolo”.

I due detti sembrano uguali ma c’è una piccola differenza. Nella prima c’è una assenza, la seconda sottintende una scoperta quindi anche la sorpresa.

Già però, come diceva don Abbondio al suo cardinale che lo rimprovera: “il coraggio uno non se lo può dare”. È proprio così? Che, poi, il nostro curato tanto pauroso del tutto non lo si è dimostrato, perché quando viene sorpreso dai due promessi accompagnati dai testimoni pronti a un matrimonio notturno, con grande coraggio dimostrato da una rapidità fulminea, li blocca, per cui vale sottolineare che don Abbondio è pauroso o coraggioso a seconda di chi ha davanti (prepotenti o persone che non possono rappresentare una minaccia...).

Senza proprio crocefiggere don Abbondio che a me poi risulta anche simpatico, una risposta è che i coraggiosi non sono sempre solo gli eroi a cui viene dedicata una strada o un monumento, ma tutti coloro che hanno saputo osare, è che quindi hanno vinto la naturale paura affrontando i rischi dell’ignoto. E’ ovvio che qui ci sono tante persone comuni di cui nessun libro di storia parla.

Infatti, a pensarci bene, ci sono paure reali (che corrispondono a pericoli reali con i quali è molto opportuno valutare le nostre possibilità) e paure dell’ignoto, cioè di un terreno nuovo ancora non esplorato dall’esperienza di una persona.

Il coraggio richiama lo sforzo di andare in battaglia. È quello che si chiede soprattutto a uno che si deve buttare nella mischia. La paura di fronte a un pericolo reale va considerata, è rispettata. Sarebbe da incoscienti semplicemente il buttarsi. Non deve mancare la prudenza, ma senza coraggio non si esce di casa.

Ci sono le paure che appartengono a una certa fase della vita, caratterizzanti il momento in cui nell’individuo diventa ansiogena la risposta che si accompagna alle varie domande della crescita. Sono le paure che caratterizzano il mondo giovanile: il futuro ambiguo e oscuro del nostro tempo, il pessimismo diffuso investe soprattutto loro. I ragazzi che crescono hanno paura? All’esterno sembrano spavaldi e sicuri, sappiamo che non è così. Proprio il fatto di dover diventare grandi è nel profondo la loro grande paura. Quanto è presente in maniera inconscia nello studente non tanto la paura immediata dell’interrogazione ma la paura della delusione e del fallimento nel rapporto col mondo sociale e le aspettative che esso chiede?

Ed è qui che la scuola ha un compito ben definito come istituzione e come comunità: dare speranza.

Tempi luoghi e palestre dell’addestramento al combattimento

Usando sempre la metafora del combattimento esistono sempre un luogo e un tempo privilegiati nei quali il combattente, fornito di forza e coraggio, può addestrarsi al combattimento? Io li vedo entrambi nella scuola.

Cosa può fare la scuola in questo campo, quale il compito educativo da parte di ogni educatore e della scuola come comunità?

Non entro nei dettagli di programmi, tecniche, contenuti, mi limito a un discorso di tipo generale che si addice a qualsiasi tipo di scuola.

La guida al superamento della paura, momento fondamentale nel percorso psicopedagogico ed educativo, non può essere esclusa dal normale intervento scolastico costruito sia come provvedimento specialistico occasionale, ma soprattutto come accompagnamento quotidiano.

Richiamo qui che quando parlo di paura ho sempre sullo sfondo quella che ho definito la paura indotta e che quindi, parlando di superamento della paura, intendo soprattutto un percorso di ricerca di libertà da tanti condizionamenti e di verità circa la vera natura delle cose.

Partiamo dal concordare che il tema enunciato è fondante per la funzione primaria della scuola, la quale, oltre ad essere luogo di trasmissioni di conoscenze e di addestramento a competenze, è pure il luogo della formazione del futuro.

Il percorso psicopedagogico di liberazione dalla paura segue una serie di tappe ben precise.

Il primo è riconoscere la paura; di cosa ho paura? Il nemico si guarda in fronte, non gli si volta le spalle. Essa va svelata: di che cosa ho paura, perché ho paura? Semplificando: “Perché ho paura di quell’insegnante?”, “Perché ho paura di stringere una amicizia con quella compagna?”

Il passo successivo porta alla razionalizzazione della paura, cioè la sua ridimensione attraverso il confronto con la realtà. Razionalizzare vuol dire usare la ragione superando la prima impressione cioè controllando l’emotività.  (Sempre semplificando: “quali gesti, azioni da parte di quell’insegnante hanno creato in me paura?”; “Come mai i comportamenti e i gesti di quella compagna mi appaiono difficili da comprendere?”…)

Riscoprire quello che uno è nella sua realtà, andare oltre le apparenze, superare le prime impressioni, questa è la prima regola per la pratica dell’intelligenza (etimologicamente “intus-ire”).  Il terzo passaggio, ed è proprio la fase dell’addestramento, è la volontà di superare quella determinata paura attraverso una serie di prove limitate ma che segnano passi successivi nel suo superamento, un quasi compito per casa, volendo rimanere in ambito scolastico.

Ma i tre processi per poter essere realizzati richiedono che sia presente il dialogo, cioè una comunicazione tra persone e momenti di incontro di sostegno. È fondamentale quindi che il clima della scuola sia realizzato da un personale che abbia diritto a uno stile di rapporto non autoritario ma dialogico.


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